w w w . a n d r e a v a l e n t e . i t
racconto ai piccoli il mondo dei grandi, ai grandi il mondo dei piccoli
racconti
mentre a sanremo si canta a squarciagola, c’è chi suona il sassofono cercando di non arrecare troppo disturbo
IL SASSOFONO SOTTO IL LETTO

silvia suonava il sassofono: un sinuoso sax tenore, con le curve al punto giusto, i tasti a portata di polpastrello e l’ottone lucido e luccicante. suonava il sassofono, silvia, ma non bisogna dirlo troppo in giro, perché quello era il suo segreto.
non solo nessuno la aveva mai vista esibirsi, né esercitarsi, ma nessuno sapeva nemmeno che ne possedeva uno, di sassofono, con le curve e tutto il resto.
per lei quel pezzo di ottone era più di uno strumento musicale, come ce ne sono tanti in tutte le orchestre, sinfoniche o jazz. era un rifugio, on’oasi nel deserto, un ombrellone sulla spiaggia, dove ripararsi dal troppo sole o dalle varie piogge che di tanto in tanto le bagnavano l’umore. era una sorta di diario cui raccontare le proprie giornate, oppure un libro da cui farsi narrare qualche storia avventurosa o romantica.
silvia ne andava ovviamente gelosa, di quell’amico segreto, e ogni sera, prima di coricarsi, controllava scrupolosamente che fosse ancora lì, ben nascosto dal caos di sotto il letto. al mattino, appena sveglia, infilava una mano là sotto e lo toccava, carezzandolo. da lì lo tirava fuori solo ed esclusivamente quando i suoi genitori non erano in casa e, siccome loro non c’erano praticamente mai, silvia aveva tutto il tempo per suonare indisturbata. a volte aveva persino l’impressione di diventare bravina, soffiando a pieni polmoni un do o un mi bemolle, che se ne andava svolazzando nell’aria, riempiendo la stanza e il suo orgoglio.
di tanto in tanto si chiedeva perché non lo dicesse a nessuno, del suo sassofono, delle sue scale più o meno intonate, di quello stacco che finalmente gli era venuto. ma in fondo – sbottava sempre dopo pochi secondi – chi non ce l’ha un segreto? e il suo segreto, quella piccola cosa lucida e luccicante che nessuno conosceva e che si godeva solo lei, era giallo e aveva una bella voce. davvero non c’era niente di strano. poi, magari, un giorno, forse, chissà, le sarebbe capitata qualche altra cosa, magari una tresca (magari davvero) da tenere top secret e forse, magari, chissà, forse allora avrebbe svelato al mondo la sua anima jazz. ma fino ad allora...
però c’era un pensiero che a volte si infilava tra le note e le fantasie di silvia incrinandole il sorriso:
«metti che un giorno mi casca un vaso sulla testa...» pensava.
«metti che schiatto – continuava a pensare – con un vaso di gerani sulla fronte...»
«metti che schiatto – si preoccupò – e che qualcuno si metta a rovistare tra le mie cose...»
già il fatto di finire ammazzato da un geranio avrebbe messo a disagio chiunque... figurati silvia, con il pensiero che non poteva che andare, ogni volta, all’amato sassofono, alle sue curve al punto giusto, ai suoi tasti e al suo aspetto lucido e luccicante. quel qualcuno, rovistando sotto il letto, lo avrebbe senz’altro trovato e di lei si sarebbe scritto:
possedeva un sassofono e non lo sapeva nemmeno suonare.
non era giusto. è così che si distorce la storia e la realtà e questo fatto a silvia non andava proprio giù. con tutte le ore trascorse a seguire il ritmo, a legare il re al fa, a prendere fiato al punto giusto, a soffiare fino a spremere i polmoni... con tutti i pomeriggi impegnati a far proprie le melodie... con tutte le sere a verificare che lì sotto fosse tutto a posto... magari non era ancora pronta per esibirsi sul palco, ma affermare che non fosse capace di suonare era più falso che mai.
silvia, allora, decise di lasciare un biglietto ben visibile all’interno della custodia. e mentre lo scriveva, in chiarissimo stampatello, le veniva quasi da ridere: LO SO SUONARE. poi aggiunse un davvero, in corsivo arzigogolato, che non ci stava male, anzi, dava un tocco jazz anche a quel breve messaggio.
chiuse la custodia con la solita cura, ripose l’amato sassofono sotto il letto e si sentì sollevata. ma siccome silvia non era il tipo da farsi troppe illusioni, in cuor suo sapeva che anche a quel biglietto in pochi ci avrebbero creduto.
vabbè.
© andrea valente