w w w . a n d r e a v a l e n t e . i t
racconto ai piccoli il mondo dei grandi, ai grandi il mondo dei piccoli
racconti
era il 10 di giugno del 1907 e dalla lontana Cina cinque traballanti veicoli si mettevano in moto e in marcia, per ritrovarsi chissà quando a Parigi
AL GRAN BALLO DELLO ZAR

chi parte? – strillava l’annuncio – chi viene con noi?!
furono quasi trecento le mani che si alzarono, appartenenti ad altrettanti avventurieri, ansiosi di infilare quattro cose in valigia, dare un bacio alla mamma e due alla fidanzata, per mettersi in viaggio da un posto all’altro del mondo, che starsene tutto il tempo a casa poteva alla fine venire a noia.
niente navi a vela o a vapore – continuava a strillare, ma un po’ meno, l’annuncio – niente mongolfiere e carrozze con bianchi cavalli! chi parte? chi viene con noi?!
ecco che una dopo l’altra, molte delle trecento mani volontarie si abbassarono in silenzio, senza dare troppo nell’occhio, per tornarsene in tasca sperando di non essere state viste, con il pensiero che dopo tutto anche starsene a casa aveva il suo fascino, con il pranzo e la cena, il giardino là fuori e un morbido letto per la notte.
si va in automobile – sussurrava l’annuncio – da pechino a parigi, ognuno per la strada che gli pare, purché sia con il volante tra i polpastrelli, i fanali davanti e il tubo di scappamento didietro. chi parte? chi viene con noi?! o meglio, chi parte? chi va per conto suo e ci raggiunge a parigi, lungo la senna?
andò a finire che rimasero solo cinque mani lassù, in cima al braccio alzato con fierezza, con le dita ritte e i polpastrelli a fare ciao ciao.
ci volle un po’, per mettere insieme la carrozzeria e i copertoni, i sedili e il serbatoio, ma più nessuno si tirò indietro e qualche mese più tardi, a primavera ben più che inoltrata, cinque baldi equipaggi raggiunsero pechino e si presentarono alla linea di partenza alle otto in punto del mattino del dieci di giugno, con tanti cinesi mattinieri e curiosi tutt’intorno.
l’equipaggio olandese se ne stava bel bello a bordo di una lussuosa spyker metallica e fiammante, impaziente di pigiare l’acceleratore e che vincesse il migliore. gli equipaggi francesi erano addirittura tre, ansiosi di tornarsene in patria da trionfatori: due furono messi insieme dalla premiata fabbrica di automobili de dion-bouton, che certo non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di conquistare il trofeo, che se davvero avesse vinto il migliore, il migliore doveva essere uno dei suoi. Il terzo equipaggio francese optò per un trabiccolo più curioso senz’altro, con tre ruote soltanto, un po’ come i carretti dei gelatai, ma con tutto il resto al posto giusto, motore compreso.
il quinto ed ultimo equipaggio era quello italiano, composto da tre tipi simpatici e interessanti: regalmente appollaiato sul sedile anteriore destro il nobilissimo luigi marcantonio francesco rodolfo scipione borghese, che era una persona sola, con cinque nomi e un cognome degni di un principe come lui; rannicchiato sul sedile posteriore, tra bauli, scorte di cibo e ruote di scorta, il signor luigi barzini, per nulla nobile, ma principe pure lui: principe dei giornalisti, per la precisione, inviato dal corriere della sera con il compito di inviare notizie e racconti ogni volta che si imbattesse in un telegrafo; alla guida dell’auto itala 34/45 HP il signor guizzardi ettore, meccanico appassionato di bulloni e di chiavi inglesi. a lui il compito di far funzionare ogni cosa e di aggiustare quel che man mano smetteva di funzionare.
pronti, via! e ci si vede a parigi.
come spesso capita nelle gare molto lunghe, all’inizio si corre tutti insieme, senza troppa fretta, un po’ per tenersi compagnia, un po’ per indagare sulle diavolerie tecnologiche che ognuno aveva escogitato, un po’ per essere certi di non sbagliare strada. fu così che a zhangjiakou, sulla via per la mongolia, chi arrivò primo aspettò gli altri e preparò il tè per tutti. gli olandesi offrirono un po’ del loro formaggio, i francesi due lumache e un bicchiere di vino, gli italiani del pane e prosciutto, che vallo a trovare un prosciutto così, in cina, in mongolia o in qualsiasi altra parte del mondo.
al mattino, tutti arzilli e sorridenti, buon proseguimento e ci si vede più in là.
alle porte della siberia, con il freddo a pungere anche in estate, il prossimo appuntamento era stato fissato nella città di ulan ude, oltre il deserto dei gobi, per un’altra serata in compagnia. peccato solo che ormai non ci fosse più abbastanza prosciutto per tutti ma – ohibò – nemmeno si presentarono tutti per il prosciutto...
aspetta un giorno, aspettane due, i francesi con il triciclo da gelataio erano rimasti per strada e il deserto dei gobi non lo avrebbero mai attraversato. i poveretti discussero tra loro se aprire una gelateria con vista sulle montagne tutt’intorno o tornarsene a casa con il primo treno.
fu quella sventura a dare un’idea principesca al principe scipione, poco avvezzo alle strade innevate, poco propenso all’attraversamento dei laghi ghiacciati, poco attratto dall’idea di scendere dall’automobile, a spalare la neve ogni due curve. era un principe, perbacco, non un operaio o un pattinatore!
«prenderemo il treno!» esclamò ai compagni ettore e luigi, che lo guardarono perplessi. la linea della transiberiana effettivamente correva non distante, proprio nella loro stessa direzione, ma prendere il treno appariva comunque piuttosto bizzarra, come soluzione.
«e la nostra itala?» borbottò il guizzardi, preoccupato di venire scaricato per assumere un macchinista o un controllore.
«e la nostra Itala?» borbottò anche il barzini, che ormai sul sedile posteriore aveva ricavato un giaciglio più che comodo, con i cassetti per i blocchi d’appunti, le matite, le gomme e tutte quelle cose lì. fu lui, si sospetta, a mangiarsi l’ultima fetta di prosciutto mentre uno guidava e l’altro si guardava principescamente in giro, ma di questo non vi è certezza.
«e l’itala verrà sul treno con noi!» esclamò il principe, rasserenando gli animi dei compagni, ma incupendo quelli del direttore della ferrovia.
«niet!» Esclamò, infatti, e anche senza dizionario tutti capirono che niet voleva dire no.
impossibile caricare l’automobile sul treno, non esistevano vagoni sufficientemente grandi, né era prevista una tariffa per passeggeri in ghisa, con le ruote e tutto il resto. oltretutto il velluto dei sedili era decisamente poco adatto a un passeggero così macchinoso.
«le automobili sono automobili – brontolò – e i treni sono treni!» e tutt’ora, a più di un secolo di distanza, non se ne è trova uno che non sia d’accordo.
concordò pure il principe, alla fine, ma ciò non gli impedì di insistere con la sua idea, pur cambiandola un po’. chiamò a se il direttore della ferrovia transiberiana, gli offrì un caffè con due zollette di zucchero, quindi disquisì su questo e quello e confabulò su quell’altro, ottenendo da lui una inattesa attenzione.
«da!» esclamò il direttore, alla fine. e da in russo significa sì, nessun dubbio.
se l’itala non poteva salire sul treno, sarebbe andata al posto del treno, correndo con le ruote sui binari, badando bene a non deragliare. si consultarono gli orari, per evitare di scontrarsi con altri treni e si allertarono i custodi dei passaggi a livello, quindi il viaggio riprese e da lì i vari equipaggi non si incrociarono più, avendo scelto ognuno una via diversa. allora sì: ci vediamo a parigi e che vinca il migliore.
un bicchiere di vodka fu sorseggiato a irkutsk, oltre il lago bajkal; un caldo piatto di borsh venne gustato a krasnojarsk e il guizzardi fece pure il bis; una canzone fu suonata con la balalaika in una taverna di omsk; una partita a scacchi fu giocata dal barzini a cheljabinsk e la rivincita a petropavloskij; il sindaco di perm regalò un colbacco ai tre italiani, quello di niznij novogrod fece invece dono di un vasetto di caviale e a mosca, antica capitale di tutte le russie, si trascorse la serata al teatro bolshoj.
niente male, per essere un’avventura allo sbaraglio: il principe, il giornalista e il meccanico se la spassavano come nemmeno in spiaggia d’estate e ogni ripartenza era un po’ un addio a nuovi amici e luoghi incantati, verso altri mondi da esplorare. fu così che, al culmine della gioia, dell’entusiasmo e dell’allegria, il principe luigi marcantonio francesco rodolfo scipione borghese annunciò che anziché per di qua, sarebbero andati per di là, su, su, fino a pietroburgo, per partecipare al gran ballo dello zar.
«come sarebbe, pietroburgo?!» borbottò il guizzardi, che aveva studiato come sempre le mappe e sapeva che quello scherzetto avrebbe allungato il percorso di mille chilometri.
«come sarebbe, pietroburgo?» borbottò anche il barzini, che per il gran ballo temeva di non avere nulla da indossare.
«sarebbe che andiamo a pietroburgo – confermò il principe borghese – o c’è anche qui un direttore di ferrovia che si oppone?»
ripartirono i tre, quindi, costeggiando per un po’ il fiume volga e poi su, su – ma su, su davvero – fino alle rive del baltico, con la finlandia al di là del mare e i palazzi di pietroburgo tutt’intorno.
il ballo fu regale, come tutti i balli di quel genere, ancor più dopo un mese e mezzo di viaggio, con la itala 35/45 HP a traballare e il cappello sulla testa. al mattino, non troppo presto, felice e soddisfatto, il principe scipione, più principesco che mai, fece principescamente cenno al meccanico guizzardi di mettere in moto e che si andasse a parigi.
un tappa a vilnius per fare pipì, una a varsavia per gonfiare le gomme ed ecco che a metà pomeriggio del giorno dieci di agosto, due mesi esatti dopo aver lasciato la lontanissima pechino, nemmeno la pioggia riuscì più a mettersi d’ostacolo e l’equipaggio italiano, con i sorrisi stanchi e splendenti di scipione, luigi ed ettore, parcheggiò la itala 35/45 HP sugli champs-elysées tra urla di giubilo, scatti fotografici con e senza flash, applausi, ovazioni e tutte quelle cose che si tengono in un cassetto per quando arriva un trionfatore.
passarono la bellezza di venti giorni prima che gli olandesi li raggiungessero lungo la senna, secondi ma soddisfatti lo stesso anche loro, e ancor più tempo passò per vedere i due equipaggi francesi, che una bottiglia di champagne era stata tenuta in fresco anche per loro. il quinto equipaggio, quello che si era fermato al deserto dei gobi e se ne era tornato in treno, offrì a tutti un gelato, che vista la stagione fu gradito più che mai.
© andrea valente