w w w . a n d r e a v a l e n t e . i t
racconto ai piccoli il mondo dei grandi, ai grandi il mondo dei piccoli
racconti
si giocò nello stadio azteca di città del messico, il 17 di giugno del 1970, l’indimenticabile partita italia germania quattro a tre, passata alla storia come partita del secolo
DI CORSA SOTTO LA DOCCIA

una volta c’era un tipo tedesco, con il ciuffo biondo sulla testa, alto, robusto, come si addice a un tipo tedesco come lui. anche il suo nome era tedesco, pieno di consonanti, con la kappa e con la acca, per annodare la lingua a chi tedesco non era: karl-heinz schnellinger, che in germania pare un nome qualsiasi, ma altrove no.
giocava a pallone, karl-heinz, e da robusto tedescone qual era, se ne stava tranquillo in difesa ad aspettare l’attaccante avversario, per sbarrargli la strada con il destro, rinviare il pallone con il sinistro, colpire di testa in calcio d’angolo e altre cose così, più pratiche che spettacolari. se ne stava in difesa e dell’area di rigore era una sorta di re, o principe, biondo com’era. ma se per sbaglio o per distrazione metteva piede oltre la metà del campo, eccoti le urla, gli strilli e i rimbrotti dell’allenatore:
«torna indietro, karl-heinz!»
«resta in difesa, karl-heinz!»
«dopo facciamo i conti, karl-heinz!»
giocava a pallone, karl-heinz, senza mai oltrepassare la linea di metà campo ma, volendo comunque girare il mondo, finì per andarsene a giocare in Italia, sempre in difesa, sempre a calciare il pallone in tribuna, ma in un paese che non era il suo, dove si bada più alle vocali che alle consonanti e il nome schnellinger pare quello di un marziano, per di più biondo e robusto come lui.
in nazionale, però, no: schnellinger era fieramente tedesco, nella sua uniforme stirata di fresco, con la maglia bianca e i pantaloncini neri. In nazionale era un mondo intero di consonanti, di acca e di kappa e schnellinger si trovava a meraviglia e ci giocava volentieri, soprattutto quando gli avversari erano i suoi amici italiani, con tutte le loro vocali, il sole e la pizza. come la sera di quel 17 di giugno del 1970, giorno della semifinale della coppa del mondo di calcio, lassù in messico, con lo stadio azteca gremito più che si può.
pronti, via, gioca tu che gioco anch’io, passa di qua, tocca di là, dopo otto minuti appena gli azzurri sono già in vantaggio: uno a zero e palla al centro. e la difesa? la mitica, arcigna, rocciosa difesa dei tedeschi, con il biondo karl-heinz a comandarla? al primo tiro sei già sotto? karl-heinz, karl-heinz, non è così che si fa, mein lieber karl-heinz.
ma una gara dura novanta minuti, si sa, non otto, e ne restavano ottantadue per rimediare. che si impegnassero gli attaccanti là davanti a pareggiare, mentre a non prenderne un altro ci avrebbe pensato lui. Invece il primo tempo finì uno a zero.
al sessantesimo si era ancora sull’uno a zero, al settantesimo uno a zero, all’ottantesimo uno a zero e gli italiani, compagni di squadra nel milan, di karl-heinz, passandogli accanto cominciarono a guardarlo con un sorriso che si faceva via via più beffardo. i minuti se ne fuggivano in fretta e i sorrisi si allargavano, tutti, tranne quello di karl-heinz.
può capitare, di perdere una partita, e uno a zero non è certo una sconfitta disonorevole. ma perdere contro i propri compagni di squadra avrebbe significato per karl-heinz scherzi e prese in giro chissà per quanto tempo, a partire dal primo istante dopo il fischio finale. poteva essere un’idea gagliarda, quindi, quella di infilarsi subito negli spogliatoi, senza nemmeno salutare, e lavar via la delusione con una bella doccia calda.
peccato solo che l’ingresso degli spogliatoi fosse dietro la porta degli azzurri, lontanissima da schnellinger, che se ne stava a pochi passi dalla propria. fu così che, a due minuti dalla fine, zitto zitto, quatto quatto, con il risultato sempre fermo sull’uno a zero, karl-heinz mise un piede nella metà campo avversaria.
son strillò nulla, l’allenatore, intento com’era a guidare le azioni d’attacco. non se ne accorse nemmeno del suo biondo difensore fuori posizione.
ancor più zitto e ancor più quatto, schnellinger arrivò sulla tre quarti e nessuno si curava di lui e della sua inattesa presenza. a trenta secondi dalla fine, eccolo entrare nell’area di rigore degli altri, a venti metri soltanto dall’ingresso agli spogliatoi. Il cuore cominciò a battergli a mille, il traguardo era lì, a portata di mano: i suoi compagni tedeschi non lo badavano e i suoi compagni italiani ancor meno.
a due passi dalla porta e dalla linea di fondo, però, eccoti il pallone che arriva proprio in direzione del biondo karl-heinz che, colto sul fatto, solo davanti al portiere, lo calciò in rete, uno a uno e palla al centro.
«karl-heinz! karl-heinz! ha segnato karl-heinz! ha pareggiato karl-heinz!» urlò l’intera panchina tedesca, quasi più incredula dello stesso karl-heinz. e lui, che voleva semplicemente chiudersi nello spogliatoio, per dimenticare tutto più in fretta che poteva...
niente doccia, invece, e niente spogliatoi, che c’erano i supplementari da giocare. ma anche niente prese in giro dei compagni, anzi, al primo che avesse parlato avrebbe sorriso beffardo, ricordando quel goal involontario.
finì poi quattro a tre, una partita come tante nei tempi regolamentari, divenuta incredibile, rocambolesca e al cardiopalma nei supplementari. schnellinger uscì sconfitto comunque, ma un po’ meno degli altri, che il suo golletto lo aveva segnato, incidendo il proprio nome in maniera indelebile in quella, che sarebbe passata alla storia come la partita del secolo.
e poi di corsa, finalmente, sotto la doccia.

questo racconto fa parte della raccolta così per sport
© andrea valente