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racconto ai piccoli il mondo dei grandi, ai grandi il mondo dei piccoli
racconti
questo racconto andrebbe letto di domenica...
DOMENICO

domenico era un bambino triste, come ce ne sono pochi in giro, per fortuna. così triste era, domenico, che quando ci penso mi rattristo anch’io e siamo in due, anche se, per quanto mi possa intristire, non sarò mai triste come era triste domenico.
certo, capita a tutti, ogni tanto, di essere un po’ tristi: la maestra ti sgrida e sei triste; il giorno dopo ti dà un bel voto e sei felice. hai un po’ di febbre e sei triste; l’indomani stai meglio e sei felice! vuoi andare in bicicletta, ma piove e sei triste; il giorno dopo splende il sole e sei felice, però ti tocca pedalare.
domenico di più: domenico era triste sempre. era triste quando prendeva ottimo all’interrogazione; era triste senza tosse né raffreddore; era triste durante le vacanze e nei giorni di festa, quando s’intristiva, se possibile, ancor di più.
un giorno domenico scoprì che i suoi genitori lo avevano chiamato così per festeggiare la domenica, che è un giorno in cui si dorme un po’ di più e al mattino ci si alza di buonumore. questo fatto non solo rattristò domenico ancor di più, ma gli causò una smorfia di rabbia, che con la tristezza non c’entra nulla, ma se le si unisce sono guai.
il problema di domenico, infatti, era proprio la sua quasi omonima domenica. bella, per carità, attesa da tutti, rilassante anche se piove, forse un po’ troppo corta, ma senza di lei non ci voglio nemmeno pensare.
ecco, proprio lì stava tutto il problema e tutta la tristezza di domenico: tutti aspettavano lei, si preparavano per lei, organizzavano feste, si vestivano bene, sbirciavano il calendario sperando che arrivasse più in fretta. e quando finalmente scoccava l’ora e la domenica cominciava, campane a festa, pranzi luculliani con parenti vicini e lontani, tornei di pallone, feste di piazza, negozi chiusi per il meritato riposo e tutti in macchina per il pic-nic.
e domenico?
nessuno aspettava domenico, nemmeno alla fermata del tram; nessuno si vestiva a festa per domenico e se quello vestito a festa era lui, nessuno lo notava né si complimentava; nessuno sbirciava il calendario nell’attesa di domenico, nessuno organizzava una festa per lui, né una partita a pallone e se si finiva per giocare lo stesso sul prato, domenico partecipava tristemente e un po’ troppo spesso sbagliava il goal. che tristezza! non c’erano campane per domenico e se qualcuno suonava il campanello era il postino e la lettera non era per lui.
per domenico no. per la domenica invece sì.
sarei stato triste anch’io.
finché un giorno, forse per distrarsi dalla tristezza che lo accompagnava, domenico notò che di lunedì la gente era quasi più triste di lui e la cosa lo mise di buonumore. non tanto, sia chiaro, appena un po’, ma una goccia di allegria in quel mare di tristezza era già qualcosa, non credi?
certo, la domenica se ne era andata. se l’erano spupazzata, l’avevano festeggiata e celebrata, avevano mangiato, bevuto, brindato e mangiato di nuovo, avevano riso a crepapelle e cantato in allegria ma, scattata l’ora, la domenica se ne era andata a mezzanotte in punto, come una qualsiasi cenerentola, senza nemmeno dire ciao, lasciando spazio al lunedì.
che tristezza! per tutti, principi e no. ma per domenico, che era già triste di suo, fu una tristezza un po’ meno triste.
anche di martedì non è che ci fosse tutta questa allegria, per le vie della città. Il ricordo della domenica si allontanava, ma come tutti i bei ricordi rimaneva comunque nei pensieri di ognuno, rallegrando la memoria, ma intristendo inesorabilmente la giornata di lavoro.
e il mercoledì stessa storia. il giovedì, tutti più tristi che mai. il venerdì, oltre che tristi, anche affaticati da quegli interminabili giorni di lavoro. il sabato andava un po’ meglio, ma era triste pure lui, altrimenti sarebbe stata domenica e la settimana sarebbe durata sei giorni soltanto.
con il sole o con la pioggia, d’estate e in inverno, di notte e di giorno, senza la domenica c’è ben poco da ridere e da sorridere, altroché. sei giorni tristi e uno allegro. ecco perché di domenica si festeggia così tanto!
quando se ne accorse, domenico si lasciò scappare una risata. dapprima mezzo ghigno accennato appena, che quando uno è triste non è che si possa mettere a sghignazzare all’improvviso, senza nemmeno una lacrimuccia. poi un ghigno intero, due sorrisi e tre quarti, una risatina, poi una risata talmente strillata e godereccia, con tutti i denti in mostra e il velopendulo a dondolare, che quasi quasi si mettevano a ridere anche i passanti. ma no, mica era domenica, e per loro non c’era nulla da ridere, quindi proseguivano con la loro espressione triste.
domenico aveva capito che la domenica sarà stata anche giovane e bella, amata e desiderata, appetitosa e danzante, ma di domeniche in una settimana ce n’è sempre solo e soltanto una. e chi non sa far altro che aspettarla si tiene pure i suoi sei giorni di tristezza.
lui, invece, era domenico tutti i giorni: di sabato e di martedì, di venerdì e di lunedì, di giovedì, di mercoledì e pure di domenica. ecco che, allora, poteva fare esattamente il contrario degli altri e lo avrebbe fatto da quel preciso istante in poi: sei giorni di allegria, soprattutto il lunedì e uno un po’ così, che però passa in fretta e non si fa in tempo a rattristarsi che di nuovo ti scappa il sorriso.
fatto sta che domenico ora non è più il ragazzo più triste che ci sia, ma proprio per nulla! e se all’inizio di questo racconto ti sei dispiaciuto un po’ per lui, beh, non è più il caso, credi a me. semmai fai anche tu come lui e passa sei giorni in allegria. per essere tristi c’è sempre tempo. di domenica, soprattutto.
© andrea valente