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racconto ai piccoli il mondo dei grandi, ai grandi il mondo dei piccoli
racconti
c’è chi è quercia e chi ciliegio...
L'ALBERO

non passava estate che michele non trascorresse almeno qualche giorno al suo paese, che in realtà era più il paese dei suoi. lui, che lì era nato, per poi crescere altrove, non lo sentiva così proprio, ma in fondo non è che ci badasse più di tanto.
anche quell’estate, ormai inoltrata, in uno dei pochi pomeriggi passati lassù, trascorse qualche ora nel giardino dei ciliegi, che poi era semplicemente uno spazio non troppo grande, dietro la casa dei nonni, dei bisnonni e via così.
i ciliegi lì non mancavano e uno di quelli era lui.
era lui nel senso che, per tradizione di famiglia, ogni nascita veniva accompagnata da un giovane ciliegio piantato accanto agli altri, più o meno grandi. c’era lui, e c’era sua sorella, la mamma, il nonno. e quell’estate michele si trovò quasi stupito di fronte al proprio albero: era probabilmente la prima volta che lo osservava davvero. ne guardava le foglie, la corteccia, i rami, la forma nell’insieme.
e non si piaceva.
avrebbe preferito un’altra posizione, più all’ombra. anzi, di più, avrebbe preferito poter gironzolare per il giardino, e magari anche oltre, ma questo agli alberi è negato, se non, in parte, verso l’alto.
avrebbe preferito essere una quercia, con le ghiande al posto delle ciliegie, oppure una pianta sempreverde, e che anche gli altri alberi fossero diversi uno dall’altro, ma anche solo lui quercia o sequoia e gli altri tutti ciliegi sarebbe andato bene.
avrebbe gradito dell’erba intorno e magari una panchina, casomai qualcuno passasse a fargli visita.
si chiese perché mai il ciliegio nato col bisnonno fosse ancora lì arzillo, mentre il bisnonno era morto da quel dì.
si chiese se avrebbe dovuto pure lui, se mai fosse diventato padre, piantare un ciliegio in quel giardino. ma a questo avrebbe pensato un’altra volta.
il resto di quella giornata passò pigramente, con un umore un po’ così.
l’anno seguente michele aspettò l’estate per tornare come sempre al suo paese, che continuava a essere più il paese dei suoi. tornò in primavera, con pochi parenti intorno e in saccoccia una decisione meditata da un po’: per prima cosa avrebbe preso un’accetta e tagliato il proprio ciliegio. ancora il tronco non era chissà cosa e sarebbero bastati pochi colpi decisi. quell’albero era suo, era lui e di sé avrebbe potuto fare ciò che voleva.
quando fu il momento di entrare nel giardino dei ciliegi la sua decisione era più presa che mai, col capanno degli attrezzi a pochi passi. lì dentro conosceva ogni angolo, visto che sin da bambino lo aveva eletto a rifugio, quando aveva voglia di starsene per conto proprio. l’accetta era appesa sulla parete in fondo. lo sapeva. era sempre stata lì.
entrato nel giardino, michele esitò un istante e si guardò intorno, per accertarsi di essere nel solito giardino di tutti gli anni, col nonno di qua, sua sorella di là, accanto alla mamma, ognuno col proprio tronco, i rami e tutto il resto. ciò che non si aspettava, che non aveva mai visto prima di allora, era il suo ciliegio pieno, zeppo, stracolmo di fiori, con i raggi del sole a illuminarli più di un sorriso.
e su un ramo se ne stava a guardarlo un cuculo. Non aveva mai visto un cuculo, a parte quello in legno che ogni ora faceva cucù dall’orologio in cucina.
e, in più, al tronco era legata un’amaca, con l’altro capo legato al tronco del nonno. michele la soppesò, vi si sdraiò e si lasciò cullare.
avrebbe ancora preferito essere una quercia, ma con i fiori del ciliegio e questo – non serviva avere il pollice verde, per saperlo – era impossibile davvero.
aveva ancora quella voglia di prendere l’accetta e tagliare il tronco del suo albero, ma poi l’amaca dove l’avrebbe legata? si stava così comodi a dondolare...
il cuculo lo guardava dall’alto.
michele chiuse gli occhi e pensò che, in fondo, essere un ciliegio non era poi così male.
© andrea valente