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racconto ai piccoli il mondo dei grandi, ai grandi il mondo dei piccoli
racconti
era il tredici di agosto del 1961, quando la città di berlino venne divisa a metà da un muro...
IL PIANOFORTE A METÀ

c’era una città, nel cuore del mondo, che un giorno venne divisa da un muro e da quel giorno nulla in città più fu come prima. e nel mondo.
il muro percorreva le strade, senza più consentire di attraversarle; attraversava le piazze, il muro, separandone i lati e infrangendo le facciate dei palazzi; il muro correva nel parco, dove da allora nessuno più corse dietro un pallone. Il muro entrava nelle case senza chiedere permesso, né bussare alla porta; il muro non guardava in faccia a nessuno, chi di qua, chi di là, nemmeno ai tanti rimasti inermi, con il muro in faccia e davanti allo sguardo.
era una riga nervosa tracciata sulla mappa, quel muro, incisa sulla pelle degli abitanti della città, chi di là, chi di qua, e da quel giorno la città fu per tutti la città del muro.
in una grande sala di un elegante palazzo del centro il muro entrò verso sera e in poco tempo la sala non fu più la stessa e le assi intrecciate del pavimento di legno parvero infilarsi lì sotto, quasi a volerne fuggire. e il pianoforte gran coda, a riempire l’ambiente proprio nel centro della sala, fu attraversato senza rispetto e in quell’istante la musica finì.
gli ottantotto tasti di avorio ed ebano erano rimasti di qua, con il leggio e qualche spartito scampato alla furia degli eventi. lo sgabello per terra e un gatto, che chissà se avrebbe invece preferito l’altro lato del muro... quello dove la coda del pianoforte usciva dall’intonaco, con le corde tese e mute: una cassa armonica senza più armonia.
nessuno più lo suonò, quel pianoforte a metà, nel mezzo della sala a metà, nell’elegante palazzo nel centro diviso della città a metà. nessuno, finché un giorno la porta non venne socchiusa da un ragazzino, che per tutta la vita l’aveva sempre trovata serrata e quasi mimetizzata nella parete. incuriosito da quel che poteva celarsi di là, sbirciò nella polverosa penombra e lentamente si formò ai suoi occhi la sagoma di un pianoforte appoggiato alla parete di fronte. si avvicinò cercando di non far troppo rumore, inciampò nello sgabello e lo rimise in piedi, di fronte alla tastiera.
del gatto non c’era traccia, ma che ne sapeva, quel ragazzino, del gatto?
soffiò la polvere dalla tastiera e dal leggio, lasciando che l’avorio e la carta tornassero a riflettere un po’ di luce, quindi con un certo timore posò il polpastrello del dito indice su un tasto a caso e lo premette. nessun suono ne uscì. provò allora a cambiare tasto, ma niente. con due o tre tasti insieme la musica continuava a non farsi ascoltare, ma il ragazzino continuò, come se non volesse interrompere quel brano mai cominciato. alla fine premette l’ultimo tasto più a lungo degli altri, quasi a voler sfumare, quindi si alzò e ritornò in casa, richiudendo accuratamente la porta, come sempre era stata.
da quel giorno ci tornò ogni giorno, il ragazzo, nella sala a metà con il pianoforte a metà. a volte per pochi istanti, altre per mezz’ora o anche più: si accomodava sullo sgabello e suonava in silenzio una musica muta, poi si alzava e la sua giornata continuava.
finché un giorno, a metà del pezzo, la parete tremò.
la città là fuori pareva impazzire di gioia e mille voci eccitate riempivano le strade. rumori di crolli si confondevano con urla di giubilo, ma il brano non era finito e il ragazzo non si lasciò distrarre e continuò a suonare.
la parete tremò fino ad aprire una grossa crepa, lasciando che la luce la attraversasse, e con lei i colori, i suoni, i profumi e gli sguardi. di là del muro c’era la coda del pianoforte, che suonava la musica dei tasti di qua. e intorno al piano quattro persone cantavano. lo facevano ogni giorno, a volte per mezz’ora o anche più, altre per pochi minuti. lo facevano ogni volta che quasi per magia quel pezzo di strumento senza tasti si metteva a suonare. era un modo per loro per restare uniti, tra loro e al mondo intero, da questa o quella parte del muro.
si guardarono tra la sorpresa e l’imbarazzo, il ragazzo alla tastiera e le quattro voci, e quel giorno cantarono insieme, come avevano fatto ogni giorno senza accorgersene, di qua e di là del muro, che li aveva divisi fino ad allora, quando si ritrovarono uniti come un accordo e vibranti come cinque note di libertà.
© andrea valente